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Luca Rossato: fotografo
(Aurora Magni, giornalista e docente, si occupa di tessile e di moda – www.sustainability-lab.net)

E’ un’esperienza curiosa osservare Luca Rossato lavorare.
Si muove in ambienti talvolta disadorni e sporchi con quell’aria solo apparentemente distratta che hanno i gatti quando studiano un terreno di caccia. Perché –mi ha spiegato- una fotografia può nascere solo dall’ incontro tra l’occhio del fotografo e un luogo, una forma, un effetto di luci tra le crepe di pareti disconnesse, un gesto. Una buona fotografia non nasce da sola ma neppure può essere forzata, costruita. Te la trovi lì, basta saper vedere. Vedere le cose che gli altri non vedono o meglio vederle come fosse la prima volta. o l’ultima che è poi lo stesso. Così accade che un ingranaggio, una rete arrugginita che si apre su una fabbrica in disuso, una particolare curvatura della luce, si trasformino in poesia. O in un insulto, una stretta allo stomaco. Comunque in un’emozione.
Una buona fotografia è spesso un’incongruenza, la rottura di un equilibrio. E’ una dissonanza, una presenza inattesa.
Luca Rossato ha una straordinaria abilità nel cogliere quelle dissonanze e trasformarle in suggestioni. Mai banali, mai scontate, talvolta brutali, le sue fotografie parlano alla mente e al cuore di chi le guarda, o, come direbbe lui, di chi le “vede”.

 

a cura di Valentina Isola, critica d’arte della galleria Satura di Genova

I suoi lavori si contraddistinguono per un linguaggio forte, ma al contempo delicato, per i contrasti di luce e colori a volte accesi e a volte tenui, per i toni e le luci naturali, ma anche, spesso, volutamente artificiali e “metalliche” per caricare di tensione, pathos e suspence le scene “fermate” dai suoi scatti.

Rossato riesce a creare, da subito, una corrente d’empatia diretta e immediatamente percepibile tra lo spettatore e i soggetti da lui rappresentati, siano essi personaggi, cose e/o “frazioni” di esse: il fotografo, attraverso il particolare di un’immagine, ripreso da una determinata angolatura con una differente messa a fuoco, conduce l’occhio di chi osserva in un percorso visivo precostituito, strutturato e definito, ma sapientemente immediato ed estemporaneo tra i “punti di spicco” dell’ opera stessa. L’artista gioca, talvolta, a presentare scene volutamente ben ricostruite di episodi che sono presenti in qualche modo nel nostro immaginario collettivo e nella nostra memoria fotografica e visiva, siano esse tratte da spezzoni di film, foto o personaggi da lui ideati che riconducono nelle fattezze ad altri maggiormente noti, interpretando e contestualizzando il tutto in chiave contemporanea mediante la collocazione dei fotogrammi in “locations” moderne e talvolta volutamente degradate. L’autore fa propria la denuncia sociale utilizzando la sua fervida creatività e fantasia e trasformando i suoi scatti, frutto di un fermo immagine che dovrebbe essere freddo e meccanico, in estetismo puro, non fine a se stesso, ma ricco di significanti.

Il linguaggio fotografico di Rossato, inoltre, si contraddistingue per la finezza nel trattare qualsiasi tema, pur presentando spesso scene forti caratterizzate, talvolta, da una sottile ironia pensata appositamente per spingere alla meditazione e alla riflessione.
L’interesse del visitatore verso questa mostra si manterrà sempre vivo per tutto il suo percorso ed anzi andrà via, via aumentando mano a mano che scorrono le opere, i volti spesso truccati o talvolta coperti e non immediatamente svelati o direttamente palesati in un confronto diretto con chi li guarda, le pose plastiche, ma spontanee e i paesaggi urbani spesso desolati.

I messaggi di Rossato sono sempre chiari e fruibili e la tecnica è talmente raffinata da non far trasparire la “fatica” del fotografo, ma solo la sua abilità e fervida creatività: confermando, ancora una volta, che la fotografia è “Arte” a tutti agli effetti.